Patrizia Galia nasce e vive a Erice, in quella parte di Sicilia che strizza l’occhio all’Africa. Si appassiona al disegno e alla pittura già da piccola, alimentando la sua necessità di replicare la realtà intorno, ma ciò che diverrà la sua passione più grande è la fotografia, di cui sperimenta le potenzialità attraverso la fotocamera del padre. E’ in quei momenti che comincia a ritagliare frammenti di quello che diventerà memoria, stratificazione, testimonianza. Dopo gli studi inizia a lavorare per un’azienda di telecomunicazioni, senza mai smettere di fotografare una realtà che è quella a cui appartiene, trovando espressione nella quotidianità degli eventi, nei gesti ordinari, nei volti della gente comune, usando una narrazione cruda, essenziale, priva di orpelli. Da sempre si è dedicata a raccontare la cultura e le tradizioni della sua terra, a cominciare dalla sacralità delle processioni religiose siciliane, ponendo l’accento sui rituali e sugli aspetti umani che non sono sfuggiti alla sua attenta sensibilità. A questo dedica lavori come ‘La mia Gente’ una serie di ritratti e ‘Nel nome del Padre’, dove indaga il ruolo dei bambini all’interno delle processioni. Non ha trascurato il suo paesaggio, ponendosi non solo come fotografa ma soprattutto come individuo appartenente ad una comunità e sentendo intimamente un forte senso di appartenenza che le ha permesso di avere uno sguardo intimo e partecipativo, come si evince da ‘Monstrum’, un progetto dedicato a Erice, dove vive.
Da circa quindici anni con il progetto Salanitro documenta il lavoro dei salinari all’interno della Riserva delle saline di Trapani, testimoniando il cambiamento di un’attività secolare, che negli ultimi anni ha visto scomparire il patrimonio di tradizioni e cultura che esse rappresentano.
Ha curato la sua formazione frequentando master con Tony Gentile, Letizia Battaglia, Dario De Dominicis, Fabio Moscatelli, Stefano Mirabella, Angelo Turetta.
Di sé dice: “Dare concretezza visiva alla mia immaginazione e alle mie percezioni non è stato un desiderio, piuttosto una necessità. Ho cominciato a guardarmi dentro attraverso una lente, e ho trovato i frammenti con cui il mio essere, la mia vita, la mia cultura erano stati costruiti: ho trovato la mia terra e la mia gente, ogni luogo che ho visitato, tutti i libri che ho letto. Tessere fragili, le une intrecciate alle altre in un sottile ricamo, che si sono rivelate parte di me e la cui fisicità, a volte cruda e amara, si è svelata in bellezza ed emozione. Guardarsi attraverso i propri scatti è un percorso difficile, a volte gioioso, più spesso pieno di meste riflessioni: un sentiero impervio di cui non scorgo mai l’epilogo. E’ vedere dove altri non possono vedere.”